I conti pubblici italiani viaggiano, per ora, lungo un binario più solido del previsto.
Le ultime stime ufficiali, contenute nel Documento di Finanza Pubblica approvato dal governo il 22 aprile 2026, fissano il deficit tendenziale (cioè quello calcolato a legislazione vigente, senza nuove misure) al 2,9% del Pil per quest’anno, in discesa al 2,8% nel 2027, al 2,5% nel 2028 e al 2,1% nel 2029.
Sono numeri che, se confermati, permetterebbero all’Italia di rispettare l’obiettivo per il 2026 senza bisogno di correzioni straordinarie.
Sul fronte della crescita, le sorprese sono arrivate in positivo.
Se il Documento di aprile ipotizzava un aumento del Pil piuttosto contenuto, i dati raccolti nel corso dell’estate hanno costretto tutti i previsori a rivedere le stime al rialzo. Ad inizio agosto l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha portato la previsione di crescita per il 2026 allo 0,9%, quattro decimi in più rispetto alla valutazione di aprile, sostenuta soprattutto da investimenti ed export.
Anche l’Istat ha confermato il trend, rilevando un’espansione rivista al +0,8% per l’anno grazie all’andamento del secondo trimestre, con una crescita tendenziale dell’1,0% su base annua. Insomma, un’economia che tiene meglio di quanto ci si aspettasse pochi mesi fa.
Il vero banco di prova, però, riguarda il 2027. Il governo ha deciso di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dal programma europeo “ReArm Europe”, lo strumento che consente di derogare temporaneamente ai vincoli di spesa netta per finanziare investimenti nella difesa e, per estensione negoziata da Roma, nella sicurezza energetica.
Nel pacchetto approvato dalla Commissione, la quota per l’energia viene ricavata all’interno del margine previsto per la difesa: lo 0,3% del Pil può essere utilizzato in ciascuno degli anni dal 2026 al 2028, ma il totale nel triennio non può superare lo 0,6%.
A questo si somma la componente difesa vera e propria, che porta l’ordine di grandezza complessivo della deroga a circa 0,9 punti di Pil per la difesa e 0,6 per l’energia nel triennio 2026-2028.
Il problema è che questa flessibilità europea non cancella un vincolo più stringente. L’Italia, infatti, è ancora dentro la procedura per deficit eccessivo, aperta nel 2024 dopo che il disavanzo aveva sforato il 3%.
E qui le regole diventano più severe. Per i paesi già in procedura d’infrazione, come l’Italia, le spese per la difesa coperte dalla clausola non vengono scorporate ai fini della chiusura formale della procedura.
In pratica, se il governo utilizzasse per intero lo 0,3% concesso per l’energia sommandolo al deficit tendenziale del 2,8% nel 2027, il risultato salirebbe sopra la soglia critica del 3%, riportando l’Italia entro i parametri che impediscono l’uscita dalla procedura.
È esattamente il dilemma che si trova ad affrontare il governo.
Da un lato la tentazione di una manovra espansiva, complice l’avvicinarsi di scadenze elettorali importanti e margini di crescita migliori del previsto e, dall’altro, la necessità di dimostrare a Bruxelles che il rientro dal disavanzo eccessivo è “durevole”, condizione questa imprescindibile e tale per cui è necessario, non solo un dato annuale sotto il 3%, ma il permanere del deficit sottosoglia anche nell’anno successivo.
Vedremo nelle prossime settimane, nel disegno di legge di bilancio, quanta parte dei fondi sarà dirottata dal governo alla flessibilità concessa dall’Europa per la difesa e l’energia e quanti soldi andranno invece a costituire un tesoretto per non compromettere l’uscita dalla procedura d’infrazione.
Tutto ciò nell’anno che precede il rinnovo del Parlamento, con le sirene della maggioranza a chiedere spese, spese ed ancora spese.


0 commenti