L’Unione Europea verso un’Europa a più velocità
La Cooperazione rafforzata come nuovo modello di “federalismo pragmatico”

da | 21 Feb 2026 | Diritto pubblico privato ed internazionale | 0 commenti

Negli ultimi anni il dibattito sul futuro dell’integrazione europea si è fatto sempre più concreto. Non siamo più nel tempo delle dichiarazioni di principio: siamo nel tempo delle scelte operative.

Chi ha letto i nostri precedenti approfondimenti — La governance dell’UE secondo Mario Draghi e Unione Europea: 5 scenari per il futuro — sa che il tema centrale è sempre lo stesso: l’Unione Europea può continuare a funzionare con le regole attuali, basate su un equilibrio delicato fra 27 Stati membri con interessi diversi?

La risposta, sempre più evidente, è: no, non senza cambiare metodo.

E il cambiamento sembra andare in una direzione precisa: un’Europa a più velocità.

L’Europa a più velocità: non un’ipotesi, ma un processo già in atto

L’idea di un’Europa “a più velocità” non è nuova. Significa, in sostanza, che non tutti gli Stati membri devono avanzare insieme su ogni dossier. Alcuni possono decidere di integrare maggiormente le proprie politiche, lasciando agli altri la possibilità di aderire in un secondo momento.

Non è una rottura dell’Unione, ma un suo adattamento.

Già oggi esistono esempi concreti:

  • l’area dell’euro (non tutti i Paesi adottano la moneta unica);
  • l’area Schengen;
  • alcune iniziative in materia di difesa e cooperazione giudiziaria.

Il punto è che questo modello, finora episodico, potrebbe diventare strutturale.

Cos’è la “cooperazione rafforzata”

Lo strumento giuridico che rende possibile questa evoluzione è la cooperazione rafforzata, prevista dai Trattati europei.

In termini semplici:

  • almeno 9 Stati membri possono decidere di andare avanti insieme su una determinata materia;
  • l’iniziativa deve restare aperta agli altri Stati;
  • non può minare il mercato interno né creare discriminazioni arbitrarie.

La cooperazione rafforzata nasce per superare lo stallo dell’unanimità.
Quando l’accordo tra 27 è impossibile, i “volenterosi” possono procedere.

Si tratta in sostanza di una valvola di sfogo istituzionale, che sempre più spesso costituirà una necessità politica.

Le aree potenzialmente interessate sono molte, ma alcune sono particolarmente strategiche:

  1. Difesa e sicurezza

Il contesto geopolitico spinge verso una maggiore integrazione militare. La guerra ai confini dell’Europa ha mostrato la fragilità di un sistema basato quasi esclusivamente sulla NATO.

Una cooperazione rafforzata in ambito difensivo potrebbe portare a:

  • acquisti comuni di armamenti,
  • coordinamento industriale,
  • integrazione logistica.
  1. Politica fiscale e bilancio comune

L’unanimità in materia fiscale è uno dei principali fattori di paralisi.
Un gruppo di Stati potrebbe decidere di:

  • armonizzare alcune basi imponibili,
  • introdurre strumenti fiscali comuni,
  • rafforzare il bilancio condiviso.
  1. Politica industriale ed energia

Dopo la crisi energetica, è diventato evidente che senza coordinamento l’Europa perde competitività. Una cooperazione rafforzata potrebbe accelerare:

  • investimenti comuni,
  • infrastrutture strategiche,
  • standard regolatori condivisi.
  1. Mercato dei capitali e innovazione

Se l’Europa vuole competere con Stati Uniti e Cina, deve superare la frammentazione finanziaria. Qui si inserisce una delle proposte più interessanti degli ultimi mesi.

Il “federalismo pragmatico”

Nel dibattito europeo sta emergendo un concetto chiave (anche per la paternità di questo concetto rendiamo merito a Mario Draghi): il federalismo pragmatico.

Non un salto costituzionale verso uno Stato federale, ma un’integrazione funzionale dove serve davvero. Ovvero non ideologia, ma efficienza.

Si tratta di costruire pezzi di sovranità condivisa nei settori strategici, lasciando agli Stati il resto. Un modello modulare, flessibile, realistico.

Sarà un’ “Europa dei popoli” con meno retorica e più strumenti concreti per competere con il resto delmondo, ma anche con una maggiore frammentazione politica ed il rischio di percepire un’Europa divisa tra centro e periferia.

Dove porterà questa evoluzione?

Un’Europa a più velocità produce effetti profondi.

  1. Differenziazione interna

Si formerà probabilmente un “nocciolo duro” di Paesi più integrati e un’area più ampia con minore livello di integrazione.

  1. Pressione competitiva

Gli Stati inizialmente esclusi potrebbero scegliere di aderire successivamente, per non restare indietro.

  1. Maggiore efficienza decisionale

Superare l’unanimità significa ridurre i tempi e aumentare la capacità di risposta alle crisi.

Ma c’è anche un rischio: la frammentazione politica e la percezione di un’Europa divisa tra centro e periferia.

In questo quadro si colloca anche una proposta contenuta nel rapporto di Enrico Letta (“Rapporto Letta”), ma che già si trovava – in embrione – nel “Rapporto sulla competitività” di Mario Draghi del settembre 2024 in cui si parlava di un “regime speciale per le imprese europee innovative”.

L’idea è semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: se non si riesce ad uniformare completamente le normative dei 27 Stati membri, si potrebbe creare una “ventottesima normativa”. Ovvero:

  • un quadro regolatorio unico,
  • semplice,
  • valido in tutta l’Unione,
  • adottabile su base volontaria dalle imprese.

In pratica, chi vuole aprire un’attività in Europa potrebbe scegliere:

  • o la normativa nazionale del proprio Stato,
  • oppure questo regime europeo standardizzato, riconosciuto da tutti.

Sarebbe una sorta di “corsia veloce” per l’imprenditorialità europea, con impatti evidenti sintetizzabili in meno burocrazia, meno costi di compliance, e maggiore attrattività per gli investitori esteri.

Se applicato tramite cooperazione rafforzata, un gruppo di Paesi potrebbe partire subito, senza attendere l’unanimità. Sarebbe federalismo pragmatico allo stato puro.

Ricordiamo anche che nel “Rapporto sulla competitività” di Mario Draghi si affermava che, nel caso non si riuscisse ad attivare la Cooperazione rafforzata, pur di far funzionare l’UE si proponeva, come ultima spiaggia, la “Cooperazione intergovernativa”, ovvero un’accordo fra Paesi europeri al di fuori delle regole dell’Unione Europea. Come a dire: pur di non restare fermi, scavalchiamo l’UE !

Conclusione

L’alternativa qual è? Restare immobili.

In un mondo dominato da potenze continentali come USA e Cina, l’Europa può permettersi l’immobilismo?

Può continuare a decidere tutto all’unanimità?

La cooperazione rafforzata non è la soluzione perfetta, ma è probabilmente la più realistica.

Non è la fine dell’Unione, ma la sua necessaria trasformazione.

L’Unione Europea sta già entrando in una fase di integrazione differenziata. La cooperazione rafforzata diventerà sempre più centrale, soprattutto nei settori strategici.

Il futuro non sarà necessariamente quello di uno Stato federale europeo.
Sarà piuttosto quello di un federalismo pragmatico, costruito per funzioni e obiettivi concreti.

E la “ventottesima normativa” del Rapporto Letta potrebbe essere uno dei primi veri laboratori di questa nuova Europa.

La domanda, allora, non è più se l’Europa diventerà a più velocità, bensì: chi farà parte del gruppo che accelera?

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share This