Perché il governo sta facendo bene con il nucleare
Di fronte alle crisi energetiche degli ultimi anni, l’Italia non può più ignorare il nucleare

da | 17 Giu 2026 | Società | 0 commenti

L’Italia è da decenni una delle economie più esposte d’Europa alle fluttuazioni del mercato energetico globale.

La ragione è semplice: dipendiamo in modo massiccio dalle importazioni di combustibili fossili.

L’Italia è di conseguenza un Paese strutturalmente vulnerabile.

Secondo i dati ISPRA, nel 2023 la dipendenza energetica italiana dall’estero era pari al 76,1% del fabbisogno complessivo e per gas e petrolio la situazione è ancora più critica: importiamo il 95% del gas naturale e il 93% del petrolio che consumiamo ogni anno.

Questa dipendenza non è un’anomalia congiunturale, ma una condizione strutturale che ogni crisi internazionale trasforma in emergenza nazionale.

I principali fornitori di gas sono Algeria e Azerbaigian, che insieme coprono oltre il 54% della domanda, seguiti da Qatar, Libia e Russia.

Una geografia degli approvvigionamenti che non lascia dormire sonni tranquilli.

Insomma, di fronte alle crisi energetiche degli ultimi anni, l’Italia non può più permettersi di ignorare il nucleare. Chi lo sostiene oggi non è un nostalgico: è un realista.

Il costo della dipendenza dai fossili

Lo abbiamo visto in modo drammatico con la guerra in Ucraina: prima del conflitto, il gas russo copriva circa il 40% del fabbisogno italiano.

L’interruzione di quelle forniture ha innescato una crisi che ha colpito famiglie, imprese e industria manifatturiera con bollette alle stelle.

Eppure, nonostante gli sforzi di diversificazione, il problema di fondo rimane: ancora oggi il gas russo — acquistato da nuovi fornitori, a prezzi e condizioni meno favorevoli — rappresenta circa il 9% della domanda nazionale.

I conflitti in corso in Medio Oriente continuano nel frattempo ad alimentare volatilità sui mercati petroliferi.

Lo stretto di Hormuz, attraverso cui passa oltre un quarto del petrolio trasportato via nave nel mondo, è controllato da Paesi in tensione permanente.

Ogni fiammata geopolitica si ripercuote direttamente sulle nostre bollette.

Ogni euro speso in energia fossile importata è un euro che esce dall’economia italiana per finire all’estero.

La lezione che non abbiamo imparato (ancora)

Nel 1987, sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, gli italiani votarono in un referendum per chiudere le centrali nucleari.

Fu una scelta comprensibile dal punto di vista emotivo, ma di fatto lasciò il Paese privo di una fonte energetica domestica, stabile e indipendente dai mercati internazionali dei combustibili fossili.

Da allora, paradossalmente, l’Italia ha continuato a importare energia elettrica nucleare dalla Francia, spendendo soldi all’estero per comprare la stessa energia che aveva scelto di non produrre in casa. Una contraddizione che non ha mai trovato risposta soddisfacente.

Nel 2011 un secondo referendum bloccò anche il tentativo del governo Berlusconi di riaprire il dossier nucleare, questa volta sull’onda di Fukushima.

Risultato: altre due decadi di occasioni mancate, mentre Paesi come Francia, Finlandia, Polonia e Gran Bretagna andavano nella direzione opposta.

Perché il nucleare è la risposta alla crisi energetica

La tecnologia nucleare, specie nella sua versione di nuova generazione (Small Modular Reactors, reattori di quarta generazione), offre qualcosa che le fonti fossili non possono dare: produzione stabile, continua e totalmente slegata dai mercati internazionali del carbone, del gas e del petrolio.

Questo significa che una centrale nucleare sul suolo italiano:

  • non dipende dalla Russia, né dagli equilibri del Golfo Persico. Il combustibile (uranio) è reperibile in mercati diversificati e politicamente più stabili, e ne bastano quantità molto più ridotte rispetto al carbone o al gas.
  • produce energia in modo continuo, a differenza del solare e dell’eolico che dipendono dalle condizioni meteorologiche. È la cosiddetta “baseload”, la colonna portante di qualsiasi sistema elettrico moderno. Del resto, lo stesso Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) 2024 riconosce che un sistema basato esclusivamente su fonti rinnovabili non programmabili presenta limiti strutturali: costi di accumulo elevati e problemi di intermittenza.
  • abbatte le emissioni di CO₂, contribuendo agli obiettivi climatici europei senza sacrificare la sicurezza degli approvvigionamenti.
  • riduce la spesa per le importazioni, trattenendo risorse economiche che oggi escono dall’Italia ogni anno per comprare gas e petrolio stranieri.

Il governo ha ragione a rimettere in agenda il nucleare

Le mosse del governo degli ultimi anni vanno in una direzione precisa e coerente.

Il 2 ottobre 2025 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva un disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”, con l’obiettivo di costruire un quadro normativo organico per la reintroduzione dell’energia atomica nel mix energetico nazionale.

Il 4 giugno 2026 la Camera dei Deputati ha approvato il testo con 155 voti favorevoli: manca ancora il passaggio al Senato, ma il percorso legislativo è ormai avviato.

Il 16 giugno 2025, inoltre, l’Italia è diventata membro ufficiale dell’Alleanza Nucleare Europea, l’iniziativa europea per promuovere il ruolo dell’energia atomica nella transizione energetica, dopo un lungo periodo da semplice osservatore.

Non si tratta di uno slancio isolato: anche il Consiglio dell’Unione Europea ha riconosciuto nelle sue Conclusioni del giugno 2025 il contributo del nucleare alla sicurezza e alla competitività energetica del continente, e la Commissione Europea ha incluso l’atomo nel nuovo Clean Industrial Deal.

A livello industriale, ai primi del 2025 è emerso l’accordo tra tre partecipate del Tesoro — Enel, Ansaldo Energia e Leonardo — per la costituzione di una nuova società dedicata a ricerca e formazione nel settore dei reattori SMR e di quarta generazione. Un segnale che il rilancio del nucleare non è solo una dichiarazione politica, ma un progetto che coinvolge il tessuto industriale del Paese.

Non si tratta di costruire centrali domani mattina: i tempi di sviluppo sono lunghi, e nessuno lo nega. Secondo il Nuclear Energy Innovation Outlook 2025 del Politecnico di Milano, nel migliore dei casi il primo impianto italiano potrebbe essere in funzione entro il 2035, con un ruolo più significativo del nucleare nel mix energetico nazionale atteso attorno al 2050. Ma il punto è esattamente questo: ogni anno di rinvio è un anno perso.

È anche un segnale di consenso sociale, perché non è solo il governo a muoversi in questa direzione.

Nel 2024, Azione insieme a Radicali Italiani ha depositato una proposta di legge di iniziativa popolare per reintrodurre la produzione nucleare in Italia.

Per essere presentata in Parlamento, la proposta doveva raccogliere almeno 50.000 firme: alla chiusura della raccolta, ne erano state raccolte 72.840. Un segnale che il clima di opinione sta cambiando, e che la diffidenza verso il nucleare non è più così compatta come un tempo.

Le obiezioni più comuni (e perché non reggono)

  • Le rinnovabili bastano

Le rinnovabili sono fondamentali e vanno sviluppate con forza. Ma non bastano da sole: la loro intermittenza richiede sistemi di accumulo o fonti di bilanciamento che oggi non esistono su scala sufficiente. Il nucleare e le rinnovabili non sono in competizione: sono complementari. È un concetto riconosciuto anche dal PNIEC 2024, che include scenari di lungo periodo in cui il nucleare affianca le rinnovabili nella sostituzione del gas naturale.

  • Il nucleare è pericoloso

I reattori di nuova generazione hanno standard di sicurezza incomparabili con quelli di Chernobyl o Fukushima. Sul piano statistico, il nucleare produce meno morti (per TWh generato) rispetto al carbone, al gas e persino all’eolica onshore. Il rischio percepito e il rischio reale non coincidono.

  • Le scorie sono un problema irrisolvibile

Le scorie nucleari sono un problema reale, ma gestibile: il volume prodotto è molto inferiore a quello degli scarti di altre industrie energetiche, e le soluzioni di stoccaggio geologico profondo sono mature e operative in diversi Paesi.

Al 2023, in Italia sono stoccati circa 31.000 m³ di rifiuti radioattivi in oltre 20 siti provvisori e trattasi di una situazione nata proprio dall’assenza di un deposito nazionale definitivo, che è urgente costruire.

  • Costa troppo.

Il costo del nucleare di nuova generazione è in calo e va confrontato non con le rinnovabili nel momento di picco, ma con il costo totale di sistema che include accumulo, bilanciamento e infrastrutture di rete.

Soprattutto, va confrontato con il costo di continuare a comprare gas e petrolio sui mercati internazionali ogni volta che scoppia una crisi.

Conclusione

La vulnerabilità energetica dell’Italia non è un destino: è una scelta. Ogni volta che siamo stati colpiti da una crisi dell’energia — dagli embarghi petroliferi degli anni Settanta alla crisi del gas del 2022 — abbiamo pagato il prezzo di non aver costruito una strategia di lungo periodo.

Il nucleare non è la soluzione a tutto, ma è una componente essenziale di qualsiasi mix energetico che voglia davvero rendere l’Italia più sicura, più indipendente e più competitiva.

Il governo, con il DDL sul nucleare sostenibile, con l’ingresso nell’Alleanza Nucleare Europea e con il coinvolgimento di Enel, Ansaldo e Leonardo, sta finalmente costruendo quella strategia.

I movimenti che sostengono le fonti rinnovabili e green devono dialogare con i movimenti che sostengono il nucleare, altrimenti vince – ancora una volta – il carbon fossile.

Ci vorrà tempo. Ma ogni grande trasformazione comincia con una scelta. E questa scelta, finalmente, è stata fatta.

Se vuoi approfondire il motivo per cui le soluzioni green e sostenibili non potranno fare a meno di andare a braccetto con il nucleare, leggi il nostro semplice memo sul “Riscaldamento globale”.

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