Perché sulla spesa militare si sta sbagliando tutto (anche in Europa)
Il paradosso della spesa militare legata al PIL, ovvero come si pianifica un obiettivo

da | 19 Lug 2026 | Economia politica | 0 commenti

Negli ultimi tempi si sente spesso ripetere che “l’Italia deve portare la spesa militare al 2% del PIL”, oppure al 3%, al 5%, a seconda dell’accordo NATO o della proposta politica del momento (ricordando che il “famoso” 5% del PIL è stato indicato da Trump, in una delle sue tante esternazioni, apparentemente senza alcuna base o analisi economica).

È un modo di ragionare così diffuso — non solo per la difesa, ma per sanità, istruzione, ricerca — che raramente ci si ferma a chiedersi se abbia davvero senso.

Proviamo a farlo, perché dietro questa apparente semplicità si nasconde un errore di metodo che vale la pena capire bene.

Premettiamo subito però che qui si sta facendo analisi economica e non speculazione politica. Non è nostra intenzione addentrarci – come succede nel dibattito politico – sull’opportunità o meno di aumentare la spesa militare a scapito di altre e sicuramente più importanti spese pubbliche (ad es. la sanità, l’istruzione, la ricerca, ecc.).

Diciamo solo, da questo punto di vista, che ci piacerebbe affermare che è meglio spendere i soldi pubblici ad es. in sanità (perché l’Italia ne ha urgentemente bisogno), anziché in armi. Ma la verità è che ormai il quadro geopolitico internazionale non permette più di dormire sonni tranquilli circa l’eventuale aggressione da un altro paese. Questa, purtroppo, è la realtà.

Come si dovrebbe decidere una spesa pubblica

Partiamo da un principio che, detto in astratto, sembra ovvio: prima si stabilisce un obiettivo, poi si calcola quanto costa raggiungerlo, infine si trovano le risorse.

Se un Paese deve decidere quanto spendere per la difesa, il percorso logico dovrebbe essere:

  1. definire quali capacità militari servono — uomini, mezzi, tecnologie, scorte, manutenzione, stipendi — in base alle minacce reali e agli impegni internazionali;
  2. tradurre questo fabbisogno in un costo, stimato su un orizzonte temporale ragionevole (un piano pluriennale, non un solo anno);
  3. costruire attorno a questa cifra — che è un dato solido, verificabile, aggiornabile — il bilancio necessario.

Questo è, in fondo, il modo in cui qualunque organizzazione seria pianifica una spesa importante. Infatti, un’azienda non decide quanto investire in sicurezza informatica dicendo “il 2% del nostro fatturato”, ma valutando quali rischi vuole coprire e quanto costa coprirli.

Usare il metodo della percentuale del PIL

Nella pratica, però, la spesa militare — così come altre voci di spesa pubblica — viene spesso ancorata a una percentuale del PIL. È il criterio alla base degli impegni NATO (storicamente il 2%, oggi con proposte che parlano di target più alti) ed è un criterio comodo: è semplice da comunicare, permette confronti immediati tra Paesi diversi, ed è facile da trasformare in un titolo di giornale o in un impegno politico verificabile.

Il problema è che il PIL non ha nulla a che vedere con il fabbisogno militare. Il PIL misura quanto un Paese produce in un anno, mentre il fabbisogno militare dipende da tutt’altri fattori, quali ade s. il contesto geopolitico, le minacce percepite, gli impegni con gli alleati, lo stato dei mezzi esistenti, il costo delle nuove tecnologie.

Sono due grandezze che rispondono a logiche completamente diverse e legarle insieme produce un risultato paradossale.

Il paradosso, spiegato con un esempio

Immaginiamo un Paese che si è dato l’obiettivo di spendere il 3% del PIL per la difesa e immaginiamo che questa cifra corrisponda, in un certo anno, esattamente al fabbisogno reale stimato dagli esperti militari. In tale ipotesi, tutto quadra.

Ora succedono due cose, in due scenari diversi:

  • Il PIL cresce, perché l’economia va bene, non perché sono cambiate le minacce o le necessità militari. Se resto ancorato al 3%, sono costretto ad aumentare la spesa militare in termini assoluti, anche se il fabbisogno reale è rimasto identico a prima. Sto spendendo di più non perché mi serve di più, ma solo perché sono diventato più ricco.
  • Il PIL si contrae, per una recessione, una crisi energetica, una pandemia.
    Se resto ancorato al 3%, sono costretto a tagliare la spesa militare, anche se il fabbisogno reale non è affatto diminuito. Anzi, spesso le crisi economiche coincidono proprio con periodi di maggiore instabilità geopolitica, quando la difesa servirebbe di più, non di meno.

In entrambi i casi, la decisione di quanto spendere per la difesa viene presa da una variabile — l’andamento del PIL — che con la difesa non c’entra nulla.

È come se un ospedale decidesse quanti medici assumere non in base al numero di pazienti, ma in base al fatturato dell’azienda più vicina.

Perché, allora, si usa questo criterio

Va detto, per onestà, che il criterio della percentuale del PIL non nasce dal nulla e ha qualche ragione dalla sua parte:

  • è facile da monitorare e confrontare tra Paesi con economie di dimensioni molto diverse, ed è quindi utile come segnale politico all’interno di un’alleanza come la NATO;
  • evita negoziati infiniti su ogni singola voce di spesa, offrendo una regola semplice a cui ancorare gli impegni;
  • lega la spesa alla capacità reale di un Paese di sostenerla, perché un’economia più grande può, in linea di principio, permettersi una difesa più costosa senza sbilanciare i conti pubblici.

Sono argomenti reali, ma rispondono a una domanda diversa da quella a cui si dovrebbe rispondere. Sono criteri di sostenibilità del bilancio, non di pianificazione della difesa ed infatti, nella pratica, la percentuale del PIL viene spesso trattata come tetto e come target contemporaneamente, confondendo due funzioni che andrebbero tenute separate.

Un metodo alternativo e più solido

Il modo più coerente per evitare il paradosso sarebbe rovesciare la sequenza: prima quantificare il fabbisogno militare — con un piano pluriennale di investimenti in mezzi, tecnologie, personale e scorte, aggiornato periodicamente — e poi verificare quanto questo pesa sul PIL, semplicemente come indicatore a posteriori di sostenibilità, non come regola a priori di guida la spesa.

In questo modo:

  • se il fabbisogno resta stabile ma il PIL cresce, la percentuale scende, ma non è un problema, perché significa solo che il Paese si è arricchito più velocemente di quanto sia cresciuto il suo bisogno di difesa;
  • se il fabbisogno resta stabile ma il PIL si contrae, la percentuale sale, ma nemmeno questo è un problema in sé, perché significa che il Paese sta dedicando una quota più alta di risorse più scarse a un obiettivo che considera prioritario, cioè ad una scelta legittima, purché consapevole.

La percentuale del PIL, insomma, dovrebbe essere una fotografia che si scatta dopo aver deciso quanto serve, non il righello con cui si decide quanto serve.

Una lezione che va oltre la difesa

Il ragionamento non riguarda solo le spese militari.

Lo stesso paradosso si presenta ogni volta che una spesa pubblica viene ancorata meccanicamente al PIL, che si tratti di sanità, istruzione o ricerca.

Legare una spesa a un obiettivo percentuale è comodo per la comunicazione politica, ma rischia di trasformare la crescita economica in un grande condizionamento, perché potrebbe costringere ad aumentare risorse quando non servono ed a tagliarle proprio quando servirebbero di più.

Capire questa differenza — tra criteri di sostenibilità e criteri di pianificazione — è un buon esercizio per leggere con occhio critico i dibattiti pubblici su come lo Stato spende i propri soldi (che poi sono i nostri).

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