Ogni anno, puntualmente, arriva il bollettino Istat ed ogni anno il numero è più basso di quello precedente.
Nel 2025 sono nate in Italia 355 mila persone, con una diminuzione del 3,9% rispetto al 2024, mentre i decessi sono stati 652 mila, in calo dello 0,2%.
Il saldo naturale, ovvero la differenza tra nati e morti, è ampiamente negativo, circa -296 mila unità, in peggioramento rispetto al 2024.
Il tasso di fecondità, cioè il numero medio di figli per donna, è sceso a 1,14, contro l’1,18 del 2024. Ricordiamo che, per avere una popolazione stabile senza contributo migratorio, ne servirebbero 2,1.
Di fronte a numeri come questi, la domanda che molti si fanno è quella del titolo: possibile che non si possa fare niente?
La risposta onesta è che qualcosa si può fare, ma non in fretta, non a costo zero, e non con la garanzia di funzionare.
La demografia è uno dei fenomeni sociali più lenti a rispondere alle politiche pubbliche. Una misura introdotta oggi, nella migliore delle ipotesi, comincia a mostrare effetti fra cinque o dieci anni, mentre i risultati completi (nel nostro caso, una generazione più numerosa in età lavorativa) si vedono solo fra venti o trent’anni.
Chi promette soluzioni rapide, in materia di natalità, sta quasi sempre vendendo un’illusione politica.
Proviamo allora a ragionare su alcune strade percorribili, tenendo in mente la prospettiva giusta, cioè che non esistono ricette miracolose, ma investimenti strutturali di lungo periodo.
Gli asili nido contano più dei bonus
Gran parte della letteratura demografica converge su un punto e cioè che la natalità non cala perché le famiglie non vogliono figli, ma perché mettere al mondo un figlio comporta, soprattutto per le donne, un costo in termini di carriera, reddito e tempi che moltissime persone, spesso con rammarico, non se la sentono di sostenere.
Non a caso, secondo il Dossier Natalità 2026 di Fondazione per la Natalità e Istat, il 62,2% di chi non avrà altri figli dichiara di avervi rinunciato per ostacoli economici, lavorativi o sociali.
Uno dei terreni su cui l’Italia è storicamente più indietro è proprio quello dei servizi per la prima infanzia.
L’obiettivo fissato dal Consiglio europeo di Barcellona nel 2002, poi recepito nella normativa nazionale, è che almeno il 33% dei bambini sotto i tre anni abbia accesso a un posto in asilo nido o servizio equivalente.
L’Italia si è avvicinata a questa soglia solo di recente. Nell’anno educativo 2023/24 si contavano 31,6 posti ogni 100 bambini sotto i tre anni, contro i 28 posti ogni 100 registrati appena un paio d’anni prima.
Il dato nazionale nasconde però divari enormi, perché si va da regioni sopra il 45% ad altre ferme sotto il 16% e la stessa Unione Europea ha nel frattempo alzato l’asticella, chiedendo il 45% di copertura entro il 2030.
C’è poi un aspetto poco raccontato dai media. Parte del miglioramento nei numeri percentuali non deriva da un’offerta esplosa, ma dal fatto che il denominatore (il numero di bambini piccoli) si sta riducendo.
In altre parole, stiamo “raggiungendo” l’obiettivo europeo anche perché ci sono sempre meno bambini a cui offrire il servizio. Un paradosso che dice molto sulla natura strutturale del problema.
Ma gli asili nido sono solo un tassello, per quanto centrale, di un mosaico più ampio. Vale la pena guardare da vicino alle altre leve su cui l’Italia può ancora intervenire.
I congedi parentali ed in particolare quello dei padri
In Italia il congedo di maternità obbligatorio dura cinque mesi all’80% della retribuzione, mentre quello di paternità obbligatorio resta fissato a dieci giorni lavorativi, retribuiti al 100%. Si tratta di una delle durate più basse d’Europa.
Il confronto con altri paesi è semplice, perché in Finlandia i padri arrivano a 160 giorni, in Spagna a 112, in Francia a 25 ed in Germania a 14. La Spagna ha inoltre reso il proprio permesso “per nascita e cura” personale e non trasferibile, per 19 settimane a testa retribuite quasi interamente.
Nei paesi nordici il principio è ancora più esplicito, perché in Svezia i genitori dispongono di 480 giorni complessivi per figlio, di cui 90 riservati specificamente a ciascun genitore, in modo che non possano essere “assorbiti” quasi per intero dalla madre, come accade oggi in Italia. Allungare in modo sostanziale il congedo di paternità obbligatorio, rendendolo non cedibile sul modello spagnolo o nordico, è probabilmente la misura più economica ed allo stesso tempo una delle più efficaci per riequilibrare il carico di cura tra i due genitori fin dai primi mesi, riducendo anche lo svantaggio che le donne scontano nelle assunzioni per il solo fatto di essere, potenzialmente, madri.
Flessibilità lavorativa reale, non solo sulla carta
Smart working strutturato, part-time reversibile (cioè con diritto di tornare a tempo pieno senza penalizzazioni di carriera) e orari flessibili in entrata e uscita sono strumenti che costano relativamente poco allo Stato, ma richiedono un cambiamento culturale nelle aziende, dove spesso restano percepiti come segnale di minore impegno piuttosto che come normale organizzazione del lavoro.
Un ruolo importante possono giocarlo anche gli incentivi fiscali e contributivi alle imprese che adottano policy family-friendly certificate, oltre al rafforzamento del welfare aziendale (asili nido aziendali o interaziendali, voucher per baby-sitting, contributi per l’estate dei figli), oggi diffuso soprattutto nelle grandi imprese del Nord e quasi assente nelle piccole e medie imprese e nel Mezzogiorno.
Il tempo pieno scolastico e l’estate “scoperta”
Anche dopo l’asilo nido, la conciliazione resta difficile. La copertura del tempo pieno nella scuola primaria è tutt’altro che uniforme sul territorio ed i tre mesi di vacanze estive restano un problema pratico irrisolto per le famiglie con doppio lavoro, spesso tamponato solo grazie ai nonni o a costosi centri estivi privati.
Rafforzare l’offerta di tempo pieno e di attività educative estive pubbliche o convenzionate agirebbe direttamente su uno dei tanti piccoli attriti quotidiani che, sommati, pesano sulla decisione di avere (o non avere) un secondo o un terzo figlio.
Messe assieme, queste misure (asili nido, congedi parentali paritari, flessibilità lavorativa, welfare aziendale, tempo pieno scolastico) compongono un impianto coerente.
Non un singolo bonus, ma un ambiente in cui lavorare e fare famiglia smettono di essere scelte in conflitto.
È anche l’impianto più costoso e più lento a dare risultati, perché richiede infrastrutture, personale qualificato e un cambiamento di abitudini organizzative nelle aziende. Da qui la necessità di un impegno che superi i confini di una singola legislatura.
Un’idea più innovativa: la pensione anticipata legata al numero di figli
Tra le proposte più audaci che circolano nel dibattito pubblico c’è quella di collegare l’età di pensionamento al numero di figli avuti. Chi ne ha due, o tre, potrebbe uscire dal lavoro prima rispetto a chi non ne ha.
L’idea, per quanto radicale possa sembrare, non è priva di un fondamento logico. Chi cresce più figli contribuisce in modo più significativo alla base demografica e contributiva futura del sistema pensionistico, potendo quindi essere “compensato” con un’uscita anticipata.
In realtà l’Italia ha già, su scala ridotta, un meccanismo di questo tipo. Con Opzione Donna (istituto comunque in dismissione), il requisito anagrafico per l’uscita anticipata si riduce in base al numero di figli.
Il requisito standard di 61 anni può scendere fino a 59 in base al numero di figli avuti e secondo alcune ricostruzioni chi ha cresciuto quattro o più figli può anticipare l’uscita di circa 16 mesi rispetto ai requisiti standard.
È un precedente istruttivo, perché dimostra che il principio è già, in piccola parte, dentro il nostro ordinamento. La domanda è se valga la pena riprenderlo ed ampliarlo in modo sostanziale ed a quali condizioni.
Qui però il ragionamento deve fare i conti con la sostenibilità del sistema previdenziale, che è già sotto pressione, proprio a causa della denatalità. Meno nascite oggi significano meno lavoratori contribuenti domani, a fronte di una popolazione che vive sempre più a lungo.
Ampliare in modo generalizzato la pensione anticipata, a prescindere dal numero di figli, è già oggetto di discussione politica (se ne parla, ad esempio, a proposito di un’ipotesi di uscita a 64 anni) e gli osservatori tecnici segnalano che un allargamento generalizzato della pensione anticipata potrebbe far crescere la spesa previdenziale di circa il 5-7% entro il 2030.
Legare lo sconto specificamente al numero di figli restringerebbe la platea e ne motiverebbe meglio la finalità, ma andrebbe comunque accompagnato da una stima attuariale seria, che definisca quanti anni di contributi “mancherebbero” a chi esce prima, chi finanzierebbe la differenza e se il beneficio è calibrato in modo da non premiare in modo sproporzionato chi ha già redditi e pensioni più solidi.
Vale la pena guardare anche a chi ha già provato strade simili altrove.
L’Ungheria di Viktor Orbán (per quello che vale questo esempio) ha costruito uno dei pacchetti pro-natalità più generosi al mondo, con l’esenzione a vita dall’imposta sul reddito per le madri che hanno avuto almeno quattro figli e altri sussidi su casa e automobili per le famiglie numerose. Eppure, secondo diverse analisi, questo pacchetto di incentivi economici, che pesa più del 5% del PIL ungherese, oltre il doppio della media europea, non sembra aver prodotto un aumento significativo delle nascite. È un campanello d’allarme utile.
Gli incentivi economici, da soli, sembrano avere un effetto più limitato del previsto sulla decisione di avere figli, se non sono accompagnati da condizioni strutturali (casa, lavoro stabile, servizi) percepite come solide nel tempo.
Non è un argomento per non provarci, ma per non aspettarsi miracoli da una singola misura, per quanto ben congegnata.
Altre questioni che spesso restano fuori dal dibattito
Accanto ai due filoni principali, meritano almeno una menzione altre leve che la ricerca demografica considera rilevanti:
- stabilità lavorativa per i giovani. La precarietà contrattuale ritarda l’uscita di casa e la formazione di un nucleo familiare, spostando in avanti l’età del primo figlio (che in Italia continua a salire, superando i 32 anni di media).
- politica della casa. Il costo dell’abitazione, specialmente nelle grandi città, è spesso citato come ostacolo concreto alla scelta di allargare la famiglia.
Non una soluzione, ma una direzione
Non esiste una leva unica capace di invertire una tendenza che dura da quasi vent’anni e che, del resto, accomuna gran parte dei paesi ad alto reddito. Ma “non si può fare niente” è una conclusione altrettanto sbagliata quanto illudersi in un bonus risolutivo.
Le due strade descritte qui — rafforzare i servizi che permettono di conciliare lavoro e famiglia, e ripensare in modo mirato il sistema previdenziale in funzione del numero di figli — vanno probabilmente perseguite insieme, sapendo che serviranno anni prima di poterne misurare l’efficacia e che nessuna delle due, da sola, basterà.
Il vero banco di prova, più che la fantasia delle proposte, è la capacità della politica italiana di portare avanti una strategia coerente al di là del cambio di legislatura.
È proprio questa continuità, finora, la cosa più difficile da ottenere.


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