Shock energetico: il grande bivio delle banche centrali
Dallo shock energetico alla “slowflation”, cosa sta succedendo davvero

da | 4 Apr 2026 | Economia politica | 0 commenti

Negli ultimi mesi, la crisi nello Stretto di Hormuz ha riportato al centro dell’attenzione un rischio che molti economisti ritenevano ormai archiviato: quello di una nuova fase di tensione energetica globale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

  • aumento dei prezzi dell’energia
  • pressioni inflazionistiche diffuse
  • rallentamento della crescita economica

Non siamo (ancora) di fronte a una vera stagflazione, ma qualcosa di molto simile: una “slowflation” (termine coniato dal New York Times), cioè una combinazione di inflazione moderata e crescita debole (rallentamento).

Il punto chiave è che questa situazione potrebbe evolvere rapidamente. Se la crisi geopolitica dovesse prolungarsi, il rischio di trasformazione in una vera stagflazione diventerebbe concreto.

Perché lo shock energetico è così pericoloso

Gli shock energetici sono tra i più insidiosi per l’economia perché colpiscono contemporaneamente:

  1. i costi di produzione delle imprese (energia più cara → prezzi più alti)
  2. il potere d’acquisto, cioè il reddito reale delle famiglie (bollette e carburanti)
  3. la fiducia generale di imprese e consumatori

In altre parole, generano inflazione e recessione insieme.

È esattamente il tipo di scenario che manda in crisi le politiche economiche tradizionali.

Il dilemma (da manuale di Economia) delle banche centrali

Le principali banche centrali, come la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve, si trovano oggi davanti ad un bivio classico della teoria economica.

Opzione 1: ridurre i tassi di interesse

Obiettivo: sostenere crescita e investimenti

  • Vantaggi:
    • stimola consumi e credito
    • evita una recessione profonda
  • Rischi:
    • alimenta ulteriormente l’inflazione
    • rafforza le aspettative inflazionistiche

Opzione 2: aumentare (o mantenere alti) i tassi

Obiettivo: contenere l’inflazione

  • Vantaggi:
    • mantiene credibilità anti-inflazione
    • evita che i prezzi “sfuggano di mano”
  • Rischi:
    • rallenta ulteriormente l’economia
    • aumenta il rischio recessione

In ogni caso questo dilemma economico, già verificatosi in passato ad ogni shock energetico, non ha soluzioni perfette.

Il nodo fondamentale sono le aspettative d’inflazione

Il vero problema non è solo l’inflazione attuale, ma quella attesa.

Se famiglie e imprese iniziano a credere che i prezzi continueranno a salire:

  • i lavoratori chiedono salari più alti
  • le imprese aumentano i prezzi in anticipo

Si innesca così una spirale inflattiva difficile da fermare.

Ed è proprio questo che le banche centrali vogliono evitare a tutti i costi.

Tuttavia, i mercati (per ora) restano relativamente calmi.

Nonostante le tensioni, i mercati finanziari sembrano scommettere su uno scenario relativamente ottimistico, che può essere sintetizzato come segue:

  1. la crisi in Medio Oriente sarà temporanea
    e pertanto
  2. i prezzi energetici non resteranno elevati a lungo
    e pertanto
  3. l’inflazione non tornerà fuori controllo

In altre parole, gli investitori stanno escludendo – almeno per ora – una vera stagflazione.

Ma attenzione: questa è una scommessa, non una certezza.

La storia economica ci aiuta a capire

Gli shock energetici non sono eventi nuovi per l’economia globale. La storia offre diversi precedenti utili per capire cosa potrebbe accadere oggi.

Anni ’70 – il caso più emblematico

Negli anni Settanta, due shock petroliferi consecutivi (1973 e 1979) provocarono un forte aumento del prezzo dell’energia a livello globale. Il risultato fu una combinazione particolarmente difficile da gestire:

  • inflazione elevata e persistente
  • crescita economica in rallentamento
  • aumento della disoccupazione

Questo scenario prese il nome di stagflazione, e mise in crisi i modelli economici tradizionali dell’epoca, che non prevedevano una coesistenza stabile tra inflazione e stagnazione.

Le banche centrali inizialmente reagirono in modo esitante, mantenendo politiche monetarie relativamente accomodanti. Questo contribuì a:

  • rafforzare le aspettative inflazionistiche
  • rendere l’inflazione più “radicata” nel sistema

Solo in una fase successiva si adottarono politiche monetarie fortemente restrittive (tassi molto elevati), che riuscirono a riportare sotto controllo l’inflazione, ma al costo di una recessione significativa.

Anni 2000 – shock petroliferi più contenuti

Nel periodo 2000–2008 si verificarono nuovi aumenti del prezzo del petrolio, ma con effetti meno estremi rispetto agli anni ’70.

In questo caso:

  • le banche centrali erano più credibili sul controllo dell’inflazione
  • le aspettative erano meglio ancorate
  • l’inflazione non si trasformò in una spirale duratura

Il risultato fu un impatto più limitato, anche se comunque visibile sulla crescita economica e sui consumi.

2021-2022 – shock post-pandemia

Più recentemente, la ripresa post-Covid e le tensioni geopolitiche (in particolare in Europa orientale) hanno generato un nuovo shock energetico:

  • aumento rapido dei prezzi di gas e petrolio
  • forte accelerazione dell’inflazione
  • risposta aggressiva delle banche centrali con rialzi dei tassi

In questo caso, l’intervento monetario è stato relativamente rapido, evitando che l’inflazione si trasformasse in un fenomeno strutturale, ma contribuendo anche al rallentamento della crescita.

2026 – terza Guerra del Golfo e crisi dello stretto di Hormuz

Oggi il rischio è esattamente lo stesso:

  • tagliare i tassi troppo presto → inflazione fuori controllo
  • stringere troppo → bloccare la crescita

La strategia più razionale? Meglio prudenza che errori irreversibili

In un momento in cui l’equilibrio è fragile e le decisioni sono cruciali, le banche centrali si muovono su un filo sottilissimo.

Da un lato devono sostenere economie che stanno rallentando.
Dall’altro devono difendere la stabilità dei prezzi, che resta il loro obiettivo principale.

La verità è che non esiste una scelta perfetta, ma solo quella (che appare) meno rischiosa.

Tutto dipenderà da una variabile che nessun modello economico può controllare davvero: la durata e l’intensità della crisi geopolitica.

Va bene, ma c’è qualcosa che si può fare comunque pur in una situazione di estrema incertezza?

Qui bisogna essere chiari e prendere posizione: in questa fase, tagliare i tassi sarebbe un errore prematuro.

Perché?

1. perché l’inflazione è ancora molto vulnerabile agli shock
L’energia è una variabile esogena. Se resta alta, l’inflazione può risalire rapidamente.

2. perché le aspettative non sono ancora del tutto consolidate
Dopo gli shock recenti, la credibilità anti-inflazione non è scontata.

3. perché il costo di un errore è asimmetrico

    • se tagli troppo presto → rischi inflazione persistente
    • se tieni i tassi alti un po’ di più → rallenti, ma puoi sempre intervenire dopo

In altre parole: l’errore “espansivo” costa molto più caro di quello “restrittivo”.

Pertanto, in uno scenario di incertezza energetica e geopolitica, la scelta più razionale sembra essere quella di mantenere una politica monetaria prudente (tassi relativamente alti), almeno finché l’inflazione non è chiaramente sotto controllo.

Non è la soluzione perfetta.
Ma è quella che minimizza i rischi sistemici.

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