Capitalismo senza lavoro

Capitalismo senza lavoro: considerazioni e riflessioni sui temi dell’occupazione e del mercato del lavoro

Servizi

Capitolo 3 – Mito dei servizi

La risposta all’interrogativo se lo sviluppo del comparto dei servizi potrà, in qualche modo, compensare la perdita di posti di lavoro negli altri comparti, ha già avuto una parziale risposta quando abbiamo visto, per quanto riguarda i dati italiani, che la temuta inarrestabile crescita della disoccupazione non è empiricamente dimostrata.

Premesso ciò, la questione del presunto sviluppo del settore servizi è tutta da dibattere.

Cominciamo proprio dai dati statistici, sempre con riguardo al nostro Paese.

servizi

(fonte ISTAT, elaborazioni proprie)

Interessante anche il seguente grafico che rappresenta il confronto fra gli occupati complessivi (sempre in migliaia) nei servizi e quelli negli altri settori economici, distinti anche per sesso:

raffronto-servizi

(fonte ISTAT)

Il dato manifesta in effetti una preponderanza delle altre attività, ma è da notare che è diverso l’arco di tempo preso in considerazione.

Per una valutazione intorno al discorso dei servizi si è voluto in quest’ambito prendere come riferimento quello specifico comparto del settore servizi che più di altri è rappresentativo delle tendenze, in quanto termometro naturale del grado di progresso tecnologico raggiunto dal sistema economico: il comparto dei servizi informatici.

3.1 – I servizi legati all’informatica

L’informatica è uno dei comparti economici che ha avuto, da un punto di vista lavorativo, la più forte movimentazione, quale riflesso dell’enorme mole di servizi richiesti dalle imprese, anche della pubblica amministrazione, per la non prorogabile esigenza d’informatizzazione dell’organizzazione produttiva. Esigenza che ha coinvolto l’intero sistema economico negli ultimi anni.

Sulla questione si vogliono fare alcune considerazioni. La prima di esse riguarda la constatazione innegabile della nascita di nuovi posti di lavoro. Quasi ogni giorno si inventano nuove attività legate all’informatica (si pensi per es. ai servizi legati ad Internet), ciascuna delle quali crea nuova occupazione per un numero non precisabile di informatici.

Tuttavia non sembra che ciò avvenga a discapito di posti di lavoro in altri comparti o settori produttivi. Per il momento la crescita di lavoro “informatico” è complementare e non sostitutiva all’occupazione negli altri settori. Lo stesso esempio riportato nel testo di Beck sull’home banking (v. cap. 1) non è almeno in Italia rispondente al vero (le filiali delle banche non chiudono per la fornitura di servizi online). D’altra parte una ricerca eseguita sui servizi offerti dal comune di Barcellona in Spagna ha dimostrato come l’affiancamento dei servizi tradizionali erogati allo sportello con servizi online, usufruibili direttamente da casa, non provoca una diminuzione delle “code” agli sportelli, anzi si registra un aumento dei servizi forniti da entrambi i canali di erogazione (tradizionali ed online). Questa complementarietà è spiegabile con l’aumentata domanda da parte dell’utenza e ciò è vero anche per i servizi pubblici, non soggetti a mode o stagionalità, come dimostrato appunto dal “caso Barcellona”.

E’ vero che i servizi informatici sono quelli più facilmente esternalizzabili (gli economisti parlano in tal caso di outsourcing) e quindi sono quelli più agevoli da realizzare nei Paesi con manodopera a basso costo, ma il nostro Paese gode, da questo punto di vista, di un vantaggio non di poco conto. In Italia, infatti, il tessuto produttivo è formato, per la stragrande maggioranza, da piccole e medie imprese in tutti i mercati, anche in quello informatico. Di conseguenza i lavoratori informatici italiani non dovrebbero avere, nei prossimi anni, spiacevoli sorprese sotto questo aspetto.

Il punto dolente è un altro: i lavoratori dell’informatica sono destinatari più di altri di quei contratti nuovi e flessibili di cui abbiamo parlato nel par. 2.3 del capitolo 2 e quindi, per quanto si è già detto, sono anche quelli più “precari”. I contratti di nuova istituzione sembrano nati appositamente per gli informatici, che partecipano frequentemente a progetti di lavoro che, una volta ultimati, esauriscono la loro funzione di tecnici informatici all’interno dell’impresa ove sono impiegati. Se ciò non è d’ostacolo al tecnico superdotato di grandi competenze professionali, che può vendersi al migliore offerente e trovare facilmente un altro lavoro, costituisce invece un serio problema per i tanti giovani informatici, senza grandi professionalità, che si vedono sballottare da un impiego all’altro, ritrovandosi spesso senza lavoro per periodi più o meno lunghi.

Così come i lavoratori informatici sono i soggetti ideali delle nuove forme di lavoro, così essi sono anche coloro maggiormente colpiti dalle elusioni sulla normativa di lavoro, cioè dall’applicazione non proprio ortodossa di questa (v. par. 2.2 del cap. 2). In particolare, nel settore informatico è naturale proporre al futuro impiegato, anziché un rapporto di lavoro dipendente, un incarico di committenza e la conseguente qualifica di consulente esterno, che comporterà l’esecuzione, come servizio autonomo professionale, dello stesso lavoro che altrimenti avrebbe compiuto come dipendente. Gli svantaggi per il lavoratore-consulente esterno sono evidenti: remunerazione determinata unilateralmente dall’azienda committente, in violazione dei minimi contrattuali, nessun versamento datoriale di contributi e di altri oneri eccezionali (straordinario, tredicesima, premi, etc…), nonché assenza di garanzie circa la possibilità di essere estromesso in ogni tempo e senza formalità dal committente.

Autore: Steve Round

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