Fattori di attrazione degli investimenti esteri in Irlanda
Una tesi di laurea sui fattori di attrazione degli investimenti esteri in Irlanda

da | 12 Mag 2005 | Società | 0 commenti

Corporate tax e Conclusioni

CAPITOLO TERZO

LA CORPORATE TAX IRLANDESE E I PROBLEMI DI CONVERGENZA EUROPEA DEI SISTEMI FISCALI

3.1 Introduzione.

Il precedente capitolo ha messo in evidenza come, sebbene molte nazioni comunitarie temano le conseguenze della politica fiscale irlandese, questa non possa essere contrastata dall’U.E. e dai documenti espressamente previsti al fine di armonizzare il fisco comunitario.

La qual cosa, si è detto, non deve destare stupore, dal momento che la concorrenza fiscale infra – comunitaria è sicuramente ammessa tanto dal rapporto OCSE che dal codice di condotta, purché questa non determini situazioni pregiudizievoli, e non sia attuata unicamente al fine di sottrarre base imponibile agli altri paesi comunitari.

Si è poi visto anche come, sebbene il fisco irlandese sia sicuramente quello che più di ogni altro desta interesse in Europa, questo non deve distogliere dal fatto che il Governo di Dublino sia riuscito a creare delle condizioni economiche estremamente favorevoli, che possono addirittura far passare in secondo piano una convenienza all’investimento meramente fiscale.

Stabilito quindi che, l’Irlanda non ha niente in comune con i paradisi fiscali (sulla base di quanto stabilito al riguardo dal rapporto Monti e dalla relazione OCSE), che la sua normativa fiscale è consona alle disposizioni comunitarie in materia e che il suo boom economico può essere ricondotto solo in parte alle aliquote fiscali molto basse, rimane da valutare come la sua politica tributaria influenzerà le legislazioni fiscali degli altri paesi membri della U.E. .

3.2 Convergenza europea dei sistemi fiscali: Sussidiarietà o Armonizzazione?

E’ innegabile che la politica fiscale irlandese, a fronte della sua accettazione da parte della U.E. che ne ha riconosciuta la legittimità, andrà a costituire un elemento di fondamentale importanza al fine di ridisegnare l’omogeneo panorama fiscale europeo. Non va dimenticato infatti come l’Irlanda non debba essere considerata un semplice tax heaven, e quindi il suo sistema economico (e non solo impositivo) non può avere una valenza solo marginale all’interno della U.E. . Al contrario, una simile realtà, influenzerà, sotto molteplici punti di vista, le scelte di politica economica e fiscale degli altri paesi membri, soprattutto dopo il successo economico raggiunto negli ultimi dieci anni. Non ci si deve quindi chiedere se la normativa fiscale irlandese andrà a stravolgere il fisco comunitario, ma piuttosto come gli altri paesi comunitari possono reagire alla stimolante provocazione irlandese.

In realtà le vie di fatto praticabili sono essenzialmente due [58]: una è l’armonizzazione fiscale, l’altra è la sussidiarietà, intendendosi con la prima quel processo che parte dall’alto e indirizza le norme comunitarie, mentre con il secondo quel principio in base al quale le decisioni debbono essere prese sempre al livello più vicino possibile ai cittadini e le istanze superiori debbono intervenire solo quando il livello più basso non basta [59].

Per una visione d’insieme del problema, si partirà da una brevissima indagine storica, che permetterà di meglio evidenziare parecchi aspetti della questione [60].

Negli anni ’80, dopo i molti tentativi falliti di integrazione tra i differenti Paesi europei si decise di creare un’Europa unita non già per processi di armonizzazione, ma attraverso la sussidiarietà [61] e, quindi con la concorrenza tra regimi diversi, tutti validi grazie al principio del mutuo riconoscimento. Questo cambio di visione sembrò accelerare la costruzione dell’Unione Europea e l’adozione di una moneta unica. Dal punto di vista pratico era apparsa evidente l’impossibilità di mettere d’accordo quindici diverse amministrazioni su come armonizzare i sistemi fiscali, quelli sociali e le moltissime regolamentazioni e norme legate alle realtà secolari di Paesi tradizionalmente divisi. Ecco perché si è tanto insistito con la sussidiarietà.

[58] Cfr. : “Fidinam news”, periodico di informazione della ”Fidinam consulenza globale”, Giugno 1999.

[59] Cfr. “Integrazione economica e convergenza dei sistemi fiscali nei paesi U.E.”, AA. VV., Giuffrè Milano, 2000.

[60] Cfr. : “Fidinam news”, periodico di informazione della ”Fidinam consulenza globale”, Giugno 1999.

[61] Cfr. “Integrazione economica e convergenza dei sistemi fiscali nei paesi U.E.”, AA. VV., Giuffrè Milano, 2000.

Grazie a questo principio, ogni Paese avrebbe adottato una propria regolamentazione in un contesto relativamente ampio, onde consentire di adattarsi alle condizioni esterne senza poter più contare sulla variabilità del tasso di cambio. In altre parole, i Paesi, privi della leva del cambio, si sarebbero fatti concorrenza con le normative (fiscali e non): l’armonizzazione non sarebbe più stata fissata dall’alto, ma sarebbe derivata come effetto spontaneo di una concorrenza tra sistemi normativi, ove le migliori regole avrebbero finito per imporsi a tutti i Paesi. Implicita in questo ragionamento era la possibilità, per i Paesi meno ricchi dell’Europa, di fare concorrenza ai più ricchi attraverso costi di produzione più bassi derivanti anche da normative meno soffocanti nel campo della produzione e nel mercato del lavoro (esattamente quanto è accaduto in Irlanda): tale concorrenza avrebbe consentito un riequilibro dello sviluppo senza pesanti interventi pubblici, e ciò avrebbe garantito, in un secondo tempo, anche l’armonizzazione delle norme. Questo processo, che avrebbe dovuto essere avviato dal 1° gennaio 1999 con l’Euro, rischia, in realtà, di essere oggi abbandonato [62].

[62] Cfr. : “Fidinam news”, periodico di informazione della ”Fidinam consulenza globale”, Giugno 1999.

La nuova parola d’ordine dei Governi in carica in Europa è invece “armonizzazione” sia in campo tributario che sociale, onde evitare, si dice, l’evasione fiscale e la concorrenza sleale tra i Paesi. Non meraviglia che questo ripensamento provenga dai Paesi più ricchi o dai Paesi che non sono capaci di ridurre la spesa pubblica o di rendere più flessibile il mercato del lavoro [63].

Il vero obiettivo di questi Stati, infatti, è la protezione dei propri interessi messi a repentaglio dalla concorrenza di sistemi che hanno normative meno stringenti o un prelievo fiscale meno penalizzante, prima tra tutte l’Irlanda. La situazione che si sta generando, è quindi paradossale: ogni nazione cerca non tanto di abbassare le proprie aliquote, ma cerca piuttosto di contrastare i paesi a regime impositivo più basso con esenzioni [64] o strutture fiscali che la rendano in qualche modo paradiso fiscale per tutte le altre, attraendo, mediante queste politiche di esenzione, capitali stranieri [65].

La qual cosa, a questo punto della trattazione, non deve destare il ben che minimo stupore, dal momento che si è già visto come la lista OCSE e la black list del Gruppo Primarolo evidenziano proprio questo.

[63] In Italia, dove l’ 80% della spesa pubblica è costituita da salari, la situazione è particolarmente critica, non solo in termini di mobilità del lavoro, ma anche in termini di riduzione della spesa pubblica.

[64] Si pensi a Dit e Superdit in Italia, nonché alla creazione de centro off – shore a Trieste.

[65] Cfr. : “Fidinam news”, periodico di informazione della ”Fidinam consulenza globale”, Giugno 1999.

L’armonizzazione fiscale appare quindi un processo che tende ad innalzare il livello della pressione fiscale nei Paesi ove essa è più bassa e non già a ridurla per quelli ove essa è troppo alta, dal momento che, a fronte di una smobilitazione delle imprese da quei paesi verso altri a regime tributario minore, l’unica soluzione per mantenere un certo livello di entrate rimane un ulteriore innalzamento delle aliquote, o l’attrazione di capitali attraverso le suddette esenzioni. E’ evidente infatti come gli Stati di maggiori dimensioni, nonostante tutti i buoni propositi, ben difficilmente possono seguire questa tendenza all’abbattimento dei tassi fiscali senza pagare un prezzo altissimo in termini di crescita del debito pubblico o, in alternativa, di ridistribuzione dell’onere tributario [66]. Onere tributario che per far fronte alle improcrastinabili esigenze di gettito dovrebbe essere interamente riversato, ad esempio, sulle imposte indirette con imprevedibili riflessi sul tasso di crescita dell’economia e inevitabili forti tensioni sociali.

[66] “Il fisco va in vacanza: Analisi del caso Irlanda” di M. Fiastri, “Il Sole 24 ore”, 1998.

Il coordinamento fiscale, dunque, è materia delicata, e il rischio di fare danni è grande. Vi è il pericolo che, con il pretesto di limitare la concorrenza fiscale, si finisca invece con l’aumentare la pressione fiscale complessiva.

Tali considerazioni inducono a chiedersi se il processo di armonizzazione, così complesso ed attorno al quale ruotano così numerosi interessi politici ed economici, potrebbe portare ad una rivoluzione fiscale o non, piuttosto, ad una persecuzione fiscale. La risposta a questa domanda provocatoria è tuttavia strettamente connessa al ruolo stesso dell’Unione Europea. Essa non ha infatti un potere legislativo assoluto ma detta semplici direttive che devono essere poi recepite dai singoli ordinamenti nazionali, in base alle norme di rappresentatività democratica. Nessuno dubita che l’Europa dovrà avere, nel tempo, più regole uniformi. Ma esse dovranno essere il prodotto di una sana competizione tra regole diverse, al fine di rendere competitivo lo spazio europeo. Se invece si segue la via dell’armonizzazione, forte sarà la tendenza ad incrementare la pressione fiscale globale con il risultato di essere in Europa tutti egualmente poco competitivi verso il resto del mondo [67].

[67] Cfr. : “Fidinam news”, periodico di informazione della ”Fidinam consulenza globale”, Giugno 1999.

Un primo merito che quindi deve essere riconosciuto al fisco irlandese, è sicuramente quello di aver riaperto questo dibattito tra armonizzazione e sussidiarietà, dal momento che, dopo la sua entrata in vigore, è oramai innegabile che un intervento dall’alto (seguendo la logica dell’armonizzazione) atto a porre rimedio alla situazione generatasi non può più essere ammesso e, di fatto, il trovarsi di fronte ad una simile aliquota ha riproposto quelle condizioni auspicabili solo attraverso l’applicazione del principio di sussidiarietà: ossia una concorrenza fiscale interna che presuppone una serie di cambiamenti economici estremamente efficaci al fine di aumentare la competitività comunitaria.

Dalle considerazioni appena svolte, risulta chiaro come non sia la politica fiscale irlandese a costituire un problema per l’Unione Europea, bensì sono molti dei paesi membri che stanno cadendo in forti contraddizioni, temendo quello che di fatto doveva essere auspicabile, ossia una concorrenza fiscale corretta che costituisse uno stimolo al fine di rendere maggiormente competitiva l’Unione stessa.

Desta un certo stupore vedere come gli stessi paesi membri tuttavia non abbiano ancora reagito come ci si poteva attendere, alla provocante scelta irlandese. E’ ormai chiaro che quando si parla di reazione, non si vuole ovviamente intendere ad una reazione di tipo legislativo atta a smantellare un regime impositivo (quello cioè irlandese) che deve oramai essere accettato da tutti, ma si intende invece una risposta chiara in termini di riduzione della spesa pubblica e successivamente del livello impositivo. Solo ultimamente le cose stanno iniziando a cambiare.

Tab. 1. Variazione della tassazione del reddito d’impresa nella U.E.

Tasso % di tassazione del reddito d’impresa
PAESE
gennaio 1998
gennaio 1999
Tendenza
Austria
34
34
=
Belgio
40.17
40.17
=
Danimarca
34
32
Finlandia
28
28
=
Francia
41.66
40
Germania
56.66/43.60
52.31/43.60
Gran Bretagna
31
31
=
Grecia
35/40
35/40
=
Irlanda
32
28
Italia
41.25
41.25
=
Lussemburgo
37.45
37.45
=
Olanda
35
35
=
Portogallo
37.4
37.4
=
Spagna
35
35
=
Svezia
28
28
=
Fonte: FMI, World Economic Outlook-Interim Assessment, Dicembre 1998

3.3 L’Italia e l’esempio irlandese.

Oggi infatti, a distanza di tre anni dall’accettazione da parte della U.E. della corporate tax irlandese, qualche cosa sta lentamente iniziando a muoversi all’interno dell’Unione Europea, anche tra i paesi dalle dimensioni maggiori.

E’ emblematico, a tal proposito, quanto detto da Antonio Fazio, Governatore della Banca Centrale Italiana, in occasione di un’audizione sulla competitività dinanzi alla commissione Bilancio il 27 giugno 2000 [68].

In tale occasione il Governatore si preoccupò di avvertire come l’Italia stia perdendo di competitività nei confronti di molti paesi membri comunitari e non. Sebbene la prima ragione citata da Fazio sia il livello impositivo molto alto, altri fattori sono stati evidenziati, quali la mancanza di manodopera specializzata, una bassa scolarità che vede solo il 30% degli adulti in età lavorativa con un diploma in mano, una carenza di infrastrutture e la mancanza di investimenti in ricerca [69].

[68] Cfr. : “Il Sole 24 ore” Mercoledì 28/06/2000

[69] Fondamentalmente analoga la ricetta proposta anche dal leader di Confidustria D’Amato, che in occasione di una intervista ad un noto quotidiano italiano ha sottolineato “la necessità, in primo luogo, di ridurre la pressione tributaria complessiva sulle imprese al 35% nell’arco di cinque anni e contestualmente abolire l’IRAP. Ma è stato proposto anche un rilancio delle infrastrutture, che preveda il potenziamento dei valichi alpini, il miglioramento dei collegamenti tra nord e sud Italia e il miglioramento dell’accesso a porti e aeroporti”. A tal proposito si deve evidenziare come lo stesso D’Amato, relativamente al sud Italia, sia “favorevole ad agevolare gli investimenti riducendo l’aliquota fiscale”, ma reputi più importante, sempre in un ottica di incentivazione allo sviluppo del meridione, cercare di migliorarne l’accessibilità e il collegamento con il nord, attuando quindi una politica strutturale di offerta molto forte. Cfr. A. Baccaro “Competitività: D’Amato spiazza Ulivo e Polo”, da “Corriere della sera”, giovedì 15 Marzo 2001.

Altrettanto interessante è qui notare come la proposta di Fazio di abbassare l’aliquota dell’imposta societaria di un punto percentuale per i prossimi cinque anni, riducendo contestualmente anche la spesa pubblica della stessa percentuale, sembra sia la stessa via che si accingono a percorrere nel breve periodo anche altre nazioni, quali la Francia e la Germania (paese quest’ultimo con un livello impositivo tra i più pesanti in Europa) [70].

La lezione impartita dal Governo di Dublino sembra quindi aver sortito alcuni effetti importanti. Si vede infatti come, il modello che essa rappresenta, può essere considerato quello che meglio definisce i principi per una efficace competitività nell’attuale panorama economico europeo e mondiale. Basti pensare a come, le manovre presentate dal Governatore rispecchino pienamente la politica economica e fiscale irlandese degli ultimi vent’anni E’ ovvio quindi che se questo modello può sicuramente costituire un esempio forte per paesi di analoghe dimensioni quali il Portogallo o la Grecia (le così dette tartarughe d’Europa), per quanto concerne i paesi di maggiori dimensioni, come Francia, Italia e Germania, la situazione è diversa. Il fenomeno Irlanda merita di essere studiato si, ma senza dimenticarsi che ci si muove in una microdimensione. E’ infatti lo stesso Finn Gallen, uno dei più attivi manager della Irish Development Agency a spiegare. “Il nostro vantaggio è di essere una picco

la economia. Le grandi multinazionali ci dicono cosa gli serve, e noi lo diciamo al Governo, così le risposte arrivano presto. Siamo come una piccola barca che cambia subito direzione. Paesi come la Germania, invece, sono come una grande petroliera che, quando gira il timone, va avanti ancora per cinque miglia” [71].

[70] Cfr. : “Il Sole 24 ore” Mercoledì 28/06/2000.

[71] Cfr. “Il Sole 24 ore” Giovedì 03/02/2000

Bisogna quindi pensare sempre, quando si parla di Irlanda, alle dimensioni ridotte in cui i suoi governanti si trovano ad operare. E questo viene detto non per sminuire i grandissimi pregi che ad essa vanno sicuramente riconosciuti, ma per giustificare in parte le nazioni di maggiori dimensioni, dove, fermo restando che questo processo di riduzione delle aliquote e aumento degli investimenti produttivi deve essere fatto, sicuramente i problemi che incontreranno nell’attuazione di questo processo saranno notevoli.

CONCLUSIONI

Nel presente lavoro, dopo aver ampiamente trattato della normativa comunitaria relativa al processo di convergenza dei diversi sistemi fiscali presenti all’interno della U.E., si è trattato del fenomeno Irlanda, analizzandone non solo la politica fiscale, ma anche il suo processo di sviluppo economico che, come si è detto, solo in parte può essere ricondotto alle scelte di natura tributaria.

Partendo quindi da una forma di preconcetto per cui si doveva spiegare la sua forte e veloce crescita economica con il suo livello impositivo molto basso e l’accettazione di questo da parte della U.E., ci si è invece trovati di fronte ad un paese che deve gran parte del suo successo economico alla lungimiranza dei suoi governanti, che sono riusciti a determinare, per il proprio paese, una serie di condizioni socio – economiche estremamente favorevoli. Dunque la ricetta irlandese per un’economia competitiva non si basa solo su bassi livelli impositivi, a cui peraltro si deve attribuire il merito di aver attratto inizialmente capitali stranieri, certamente importante per una prima spinta economica, ma anche sull’attenzione a tutte quelle variabili economiche che, dai rapporti e dagli studi fatti in diversi momenti e diversi contesti economici, sono risultate decisive nelle scelte di allocazione delle aziende. A ciò poi deve aggiungersi l’alto grado di formazione della forza lavoro su cui il governo ha investito molto, la quale già ora sta cercando di dare vita, forte dell’esperienza e delle conoscenze “importate”, a produzioni proprie. Stabilito quindi che il fisco e le condizioni economiche irlandesi non hanno nulla a che vedere con quelle tipiche di un paradiso fiscale, si è analizzato l’influenza che l’aliquota societaria più bassa d’Europa eserciterà sulla politica fiscale degli altri paesi membri.

Anche qui la conclusione a cui si è arrivati è che non solo essa inevitabilmente la influenzerà nella ridefinizione delle aliquote, ma la influenzerà anche nel “come” ridefinirle, passando da un processo di armonizzazione, ad uno di sussidiarietà. Processo quest’ultimo decisamente preferibile al primo per una serie di ragioni, prima tra tutte la competizione positiva che necessariamente genererà in ambito comunitario.

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