Tanta informazione sbagliata sul 3,1% di deficit
Il deficit resta sopra il 3% ma per il paese cambia poco o niente

da | 25 Set 2026 | BLOG | 0 commenti

L’Istat ha confermato il dato sul deficit italiano del 2025: l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si è attestato al 3,079% del Pil, che arrotondato fa 3,1%.

Un soffio sopra la soglia del 3% che avrebbe permesso all’Italia di uscire già quest’anno dalla procedura europea per deficit eccessivo.

Secondo la Commissione, per proporre a novembre l’uscita dell’Italia dalla procedura, il deficit 2025 nella notifica Eurostat del 21 ottobre dovrebbe risultare inferiore al 3% del Pil, e salvo sorprese non sarà così.

Fin qui i fatti.

Poi sono arrivate le interpretazioni, e molte sono sbagliate. Si è letto che l’Italia non potrà più usare la flessibilità europea per difesa ed energia, e che il governo sarà costretto a una legge di bilancio “lacrime e sangue” per tagliare il deficit.

Nessuna delle due cose è vera.

La flessibilità resta disponibile

La clausola di salvaguardia nazionale permette di indebitarsi oltre i limiti del Patto di stabilità fino all’1,5% del Pil in quattro anni, a patto di destinare le risorse alla difesa.

A giugno la Commissione ha stabilito che una parte, lo 0,3% annuo, potrà andare a investimenti nel settore energetico tra il 2026 e il 2028.

Per l’Italia si tratta al massimo di 36 miliardi in tre anni, 22 per la difesa e 14 per l’energia.

Restare in procedura non cancella questa possibilità, e restano accessibili anche i prestiti agevolati concessi dall’Unione per la difesa.

Il percorso di rientro non cambia

Il sentiero di aggiustamento dei conti concordato con Bruxelles nel 2024 resta quello. Il Consiglio Ue aveva fissato limiti alla crescita nominale della spesa netta dell’1,3% nel 2025 e dell’1,6% nel 2026.

Non serve alcuna manovra straordinaria di riduzione del deficit.

L’unica eccezione riguarda proprio le spese coperte dalla flessibilità, che vengono tenute fuori dal conteggio della spesa netta.

Allora cosa cambia davvero?

Una cosa sola.

Per i paesi in procedura la clausola vale solo in parte: le spese in difesa ed energia continuano ad essere conteggiate sul deficit.

Se l’Italia fosse scesa sotto il 3%, sarebbe uscita dalla procedura e le spese della flessibilità non avrebbero più messo a rischio quel risultato.

Rimanendo dentro, invece, se queste spese portano il deficit sopra il 3%, l’Italia resta in procedura. È un effetto reale, ma molto più limitato di quanto raccontato.

E comunque le conseguenze negative sono sospese, perché se lo scostamento è dovuto alle spese per difesa ed energia previste dalla clausola, non viene considerato una violazione del percorso.

Le sanzioni, che nella pratica non sono mai state applicate a nessun paese, in questo scenario sono di fatto escluse.

Quando usciremo dalla procedura?

Il ministro Giorgetti ha detto che l’uscita, coerentemente con i dati del Dfp, potrà avvenire nel 2027.

Lo scenario più probabile è la prossima primavera, se il deficit 2026 risulterà sotto il 3% (le ultime previsioni della Commissione indicavano per l’Italia un deficit del 2,9% sia nel 2026 sia nel 2027) e se anche le previsioni per il 2027 resteranno sotto quella soglia.

Infatti, la flessibilità non è obbligatoria.

Il governo può decidere di usarla solo in parte, o di non usarla, proprio per restare sotto il 3% e chiudere la procedura.

Sarebbe la strada più saggia. Per un paese con un debito pubblico rivisto al 136,7% del Pil, un percorso virtuoso che rimetta in ordine i conti vale più di nuove spese in deficit, soprattutto a pochi mesi da una legge di bilancio che, essendo l’ultima prima delle elezioni del 2027, potrebbe contenere misure popolari e, quindi, dispendiose.

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